Camminare
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Dalla mia finestra al quarto piano sull’infinto, nelle regioni del sogno e della speranza

Riflessioni ad alta voce di una giovane studente

Cammino, per le vie della città, accompagnata dal rumore dei pensieri. Le strade sono deserte e timidamente illuminate dalla luce del sole, che sembra volermi negare la possibilità di godere del vuoto e della solitudine. L'incedere dei miei passi sull'asfalto cadenza il ritmo rallentato di una comunità fantasma. Dai balconi, sui tetti, nascosto dietro le finestre, c'è chi origlia il mio senso di estraneità alla consuetudine. Costretti a fare a meno dei rapporti, ci si è ingegnati per sviluppare altre forme di contatto. Quello visivo, per esempio. Mai come in questo momento, si è attenti a indagare lo sguardo di chi ci sta di fronte per cogliere quel feedback emotivo che prima ci veniva restituito dai sorrisi e dalla mimica facciale, ma che ora è censurato dall'utilizzo delle mascherine. Dietro di me, incombe una sagoma allungata. Mi volto di scatto per sorprenderla, ma non c'è più.

Riprendo la passeggiata per i vicoli della città. A incantarmi, sono le forme della Natura: mi sorprende quanto esse siano abili nell'assecondare, imperterrite, il flusso delle stagioni. Penso: quale atto di tenacia dev'essere, preoccuparsi di vivere e rivivere ciclicamente, a scapito delle circostanze. Il profumo dei mandorli in fiore ammortizza la paura di imbattersi nel domani. Al risveglio, quando tutto riacquisterà il sapore della normalità, apprezzeremo maggiormente il valore delle esperienze semplici e genuine. Tutto ciò che abbiamo sempre trascurato perché presi dalla frenesia del nostro egoismo, apparirà ai nostri occhi come un'ancora di salvezza. Torneranno le passeggiate in riva al mare, gli abbracci e le carezze. Torneranno gli incontri ravvicinati e le parole sussurrate senza il timore di contagiare o essere contagiati. A preoccuparci, saranno nuove forme di contagio. Perché se, da un lato, la distanza ha lasciato che maturasse in noi il desiderio di approcciarci più autenticamente al prossimo, dall'altro non ha fatto che inasprire la fiducia in noi stessi e negli altri. Dovremo stare bene in guardia dal virus della diffidenza nel genere umano.

Sulla soglia d'ingresso di un'edicola, una fila di persone attende il proprio turno per acquistare un giornale. Dopo i negozi di alimentari, pare che a esser prese d'assalto siano state proprio le edicole e le cartolibrerie. Tutti che vanno alla ricerca di notizie e notizie: nuove notizie, buone notizie. E in televisione, per radio, sui social, non fanno altro che passare numeri e numeri: nuovi numeri, pessimi numeri. E le parole contagio, pandemia, decessi, terapia intensiva: inquinano i nostri pensieri. Saluto con un cenno della mano il mio panettiere di fiducia, che dai vetri del suo negozio scruta con aria triste e sconsolata le poche ombre dei passanti. Pare che dall'inizio della quarantena ci sia una minore richiesta di pane e prodotti da forno: costretti alla reclusione forzata, le mamme hanno riscoperto il piacere di cucinare per i loro figli e i papà quello di coltivare ortaggi negli orticelli improvvisati sui terrazzi delle loro abitazioni. È come se ci avviasse ad una forma di sopravvivenza che funge da antidoto alla noia e alla incapacità di gestire le giornate. Da ritmi di vita serrati e sregolati, si è passati a disporre di così tanto tempo per sé e per i propri cari, da non sapere che farne: ci si è dovuti attrezzare per la convivenza.

Sto per fare rientro alla mia abitazione, quando mi pare di udire una voce che sibila il mio nome. Arresto il passo come un felino in attesa di segnali da parte dei propri simili, ma ricevo la conferma che si tratta di un'allucinazione. Indosso gli auricolari e riprendo a camminare. Quando ad un tratto, eccola di nuovo: una sagoma. La stessa sagoma di prima.
La fisso dritta negli occhi e le dico: Bentornata, cara me! Era da tempo che ti cercavo. Il silenzio di questo periodo mi ha concesso di riscoprirti. Ultimamente, sai, temevo proprio di averti persa. E invece eccoti qui, più vera mai.
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